Il Revenge Porn, letteralmente “porno di vendetta”, è un reato nato con l’avvento di Internet e dei social media. Esso consiste nella diffusione non consensuale di immagini intime e contenuti sessualmente espliciti, volta nella maggior parte dei casi all’umiliazione pubblica della vittima come forma di vendetta. I contenuti diffusi in rete possono essere generati con l’IA, inviati dalla stessa vittima al suo carnefice oppure possono essere sottratti dal dispositivo dell’interessato tramite hacking.
Insomma, è un fenomeno con tante sfumature diverse che ha, tuttavia, sempre effetti molto negativi sulla vittima. Quest’ultima, infatti, subisce danni psicologici irreversibili, amplificati dalla rete.
La vicenda italiana più famosa di Revenge Porn è sicuramente la storia di Tiziana Cantone, una trentunenne napoletana che nel 2016 inviò un video intimo al suo ragazzo e ai suoi amici. Una volta che quella relazione giunse al termine, il video divenne di dominio pubblico: fu insultata, schernita, messa alla gogna da milioni di persone e divenne addirittura un meme a livello internazionale. Inizialmente agì legalmente denunciando il suo ex per diffamazione, ma, poco dopo, probabilmente in seguito a pressioni esterne, ritirò le accuse. A quel punto, inoltrò alle grandi compagnie del mondo di Internet una richiesta di oblio, ma le furono addebitati ventimila euro di risarcimento per le spese di commissione necessarie per la rimozione dei contenuti. Dopo il fallimento della giustizia italiana, ancora impreparata di fronte ad un reato del genere, tentò di cambiare vita, senza più riuscire a liberarsi dai fantasmi del passato. Così decise di porre fine alle proprie sofferenze nel settembre 2016, impiccandosi con una sciarpa.
In seguito al fatto di cronaca appena raccontato, anche lo Stato italiano si accorse che un fenomeno del genere avrebbe potuto costituire reato, così nel luglio 2019 venne promulgata dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, la legge “Codice Rosso”. Quest’ultima garantisce una corsia preferenziale per tutte le denunce di violenza che coinvolgono minori e donne in gravidanza. E’ caratterizzata, inoltre, da un generale inasprimento delle pene nei confronti dei reati collegati alla violenza sulle donne, oltre all’introduzione del reato di sfregio del volto e di pornografia non consensuale (Revenge Porn). Quest’ultimo è punibile con la reclusione da uno a sei anni e con una sanzione pecuniaria da cinquemila a quindicimila euro.
Oltre allo Stato italiano, anche i comuni cittadini hanno compreso la gravità delle conseguenze provocate dal Revenge Porn. Lo si può capire dalla nascita di numeri di emergenza e associazioni volti ad aiutare le vittime. Un esempio è “Permesso Negato”, capace di garantire supporto psicologico ed assistenza legale a chiunque abbia subito Revenge Porn e che, grazie alla sua collaborazione con i gestori delle piattaforme, si impegna a far sparire, per quanto possibile, i contenuti pubblicati senza consenso e a raccogliere prove da utilizzare in un eventuale processo. Questa associazione ha anche curato delle ricerche su questo fenomeno: in un’indagine del 2020, infatti, ha scoperto che il 4% degli italiani è stato vittima di Revenge Porn e che il 70% di essi è di sesso femminile. Ha anche riscontrato una differenza nel comportamento tra uomini e donne: i primi denunciano raramente per paura del giudizio altrui; le ultime, invece, tendono a trattare con il proprio carnefice prima di intraprendere azioni legali. Nonostante queste differenze, si riscontra una somiglianza tra i due sessi: entrambi hanno paura del giudizio altrui.
Ma perché questo accade? Come nella vicenda di Tiziana Cantone, in quasi tutti i casi di pornografia non consensuale i messaggi di vicinanza alla vittima sono sostituiti da insulti e giudizi che influiscono pesantemente sulla reputazione del malcapitato. L’essenza del Revenge Porn è proprio questa: se tutti condannassimo il colpevole nei commenti, un reato del genere non esisterebbe proprio, dato che l’unica reputazione distrutta sarebbe quella del carnefice.
Spesso siamo noi a fare la differenza e non ce ne rendiamo conto.
Il web è uno strumento utile, capace di amplificare la nostra voce e farla arrivare dove i governi limitano la diffusione della cultura. Esso è un motore di idee, è un luogo dove si riscopre la libertà di parola, è un luogo in cui ci si può confrontare con tanti altri utenti da ogni parte del mondo, è un luogo che permette di stringere nuove amicizie e far sbocciare nuovi amori. Tuttavia sta a noi decidere se usarlo responsabilmente o trasformarlo in un tribunale che non conosce limiti.
Molto probabilmente è capitato a chiunque di leggere sui social commenti volti a colpevolizzare la vittima, accusata di aver inizialmente condiviso il materiale pubblicato su Internet. Questa non è una colpa, dato che nessuno può pubblicare o condividere una foto o un video senza il consenso della persona immortalata. Secondo il Codice della Privacy è sempre un illecito, che può anche diventare reato di diffamazione, Revenge Porn o cyberbullismo.
Vorrei rivolgere un invito a chiunque leggerà questo testo: siamo tutti coinvolti quando un reato sfrutta la velocità di diffusione sul web. Segnaliamo un contenuto sessualmente esplicito, appena ci compare ed evitiamo di dargli visibilità tramite commenti e condivisioni. Affianchiamo le vittime ed evitiamo di guardarle con occhi diversi in seguito ad un evento del genere: disconnettersi dal mondo dei social è semplice, ma non si può sfuggire alla realtà. Gli sguardi continui, le risate sottovoce, i bisbiglii continui in presenza della vittima e l'esclusione fanno male quanto le parole.
Concludo con un ultimo appello: la scuola è una seconda casa per tutti i ragazzi e rappresenta un punto fisso per tutti coloro che non ne hanno uno a casa. La migliore strategia di prevenzione è l'educazione al consenso tramite incontri con vittime di Revenge Porn, nella speranza che si possa smettere di sentir parlare di tutto ciò.
A cura di Davide Lomuscio, 3^AE
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